| Edito:
La
Cronistoria |
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24
anni fa, alla fone d'una notte di primavera australe perdevo
la mia gamba su un'autostrada australiana. Alla sveglia, sul
mio letto di dolore all'ospedale, il mio secondo pensiero
fu che non conoscerei più mai l'amore. Avevo torto.
conobbi ancora l'amore. Ed io appresi anche, con il mio piede
valido, di un movimento agile a coprire il mio troncone, nascondere
quest'assenza, evitare che il mia amore ne soffre - ed io
dunque?. Una sera un'amica cara mi chiese di vedere questo
troncone terribile. Eravamo nudi, seduti di fronte a faccia
in sarto e io piangevo a strappi bollenti, incontrollabili,
durante dieci minuti. Fu la prima e l'ultima volta. Sapevo
soltanto troppo che ero responsabile di questo stato. Come
tutto il mio percorso mi aveva condotto li. Piangere è
sentire al' più profondo la sua impotenza totale in
fronte dalla cattiveria subito? la sua innocenza brutalizzato
dalla violenza ingiusta del mondo?
e non sono più
innocente
e ne non voglio al mondo.
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Fino
all'età di 40 anni io crudi che era il mio cuore, la
mia mente, la mia anima che si doveva gradire, non compievo
alcuno sforzo vestimentario o di presentazione. All'altro
di apprezzare, comprendere, la mia reale bontà, di
riconoscere in qualche seconda il gentiluomo che ero dentro.
Il mio corpo si era ispessisce, i miei muscoli rammolliti,
il mio viso bouffi. "Bonne" (grassa) "chair"
ed alcool. In questa capitale francese ai costumi competitivi,
dove avevo cresce, di cui conoscevo così perfettamente
le norme, apparivo allora come un povero mitomane. Per loro
erano giusto un altro "loser" (con il mio handicap
per prova, come risultante logico). Non difficile allora di
cancellarmi di questo breve "repertorio degli amici"
- Di tipo di cui devono accontentaresi la maggior parte dei
parigini - una "fatalité de la fortune" condivisa
da molto degli abitanti di mégapoles (visioni urtati,
selettivi, paranoaici, controproducenti, di cui poco si emancipa
mentre partecipano tuttavia di un ambiente ai possibili tanti
ricchi di qui e del resto)
Io dovuti rendermi all'evidenza,
avevano certamente ragione (indipendentemente dai miei): non
conoscevo più l'amore, grosse déprime existentielle...
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Allora
io riappresi l'importanza del corpo, quest'intimità
essenziale con quest'energie che ci animano. Infine, apprezzavo
a il suo giusto(?) valore la "tirannia" del corpo.
Lavoro sottile, così semplice, da rimettere ogni giorno
sul tavolo, con, per sola (?) "ricompensa", questo
piccolo piacere (comparato con i grandi desideri di insoddisfatti)
di essere in forma, agile e flessibile - intelettualmente
se non fisicamente. Gustare le gioie del transitorio (così
sistematica siano queste piccole gioie). Considerare questa
piccola vibrazione interna, primordiale: vivere
Praticavo
un Tai-chi ridotto, l'astinenza alle droghe ed i viaggi alle
lunghe corti (né troppo lunghi né troppo brevi).
Io appresi a vestirlo, il corpo leggero e sopportando, in
accordo con il mio modo di pensiero. E con la qualità
della vita, ritornò l'amore. L'amore degli altri, l'amore
di essere. La mia protesi invece non rifletteva questo stato
d'animo. Sulle spiagge o in sarong, con amici (che), in tutti
questi momenti in cui era visibile, non appariva tanto come
un peso morto, una freddezza inutile, soltanto semplicemente:
Incongrua. Avevo riappreso a vivere in accordo con il mio
corpo ma questa protesi diceva una caratteristica strana"
in me, una causa di paura. Mi occorreva "smussata-la"
della mia gamba valida, il mio piede familiarmente sostenere
contro la resina, integrarla al mio spazio vitale - al prezzo
di contorsions al limite del comodo per riassicurare le altre
- o riassicurarla io stesso
Molta energia, di pensieri,
occupate da quest'oggetto mentre una presentazione diversa,
un riconoscimento (?) della sua presenza, banalizzandone la
sua presenza, umanizzerebbe, il suo utilizzo.
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Sono
cominciato con alcune "tatouages", disegni al feltro
sulla mia protesi. Incoraggiato da Iris della società
Proteor, cercavo un sistema, rendere tollerabile se non piacevole,
questi strati di resine vetrificati su fibra di carbonio.
Non volevo semplici calzini prolungati o anche di fondi che
non avrebbero fatto che nascondere la protesi, o peggio ancora:
di imbrogliare l'occhio. Imitazione di pelle, di peli, alluci,
chiodi, che la renderebbe tanto più obseno. Feci qualsiasi
tipo di prove, di disegni che modellano le forme, di stili
di gambali
In corso di strada incontravo alcuni professionisti
che mi incoraggiarono quindi mi aiutarono a concretizzare.
Ne vedete lo risultasse in questo sito Internet (a migliorare
certamente ma la ruota è lanciata).
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Il
più sorprendente quando iniziavo a portare queste gambali
furono che di sguardi di pietà costretto, d'imbarazzi,
passavo a sguardi di curiosità quindi, fato nuovo,
a questa necessità di toccare per comprendere e, dinanzi
al leggero morbido del tessile, questa sensazione diffusa
di sollievo, chiaramente percettibile, dell'altro - non è
così duro, non una rigidità morbosa, piuttosto
allegro, non così terribile che quella dunque
Allora l'altro si sente meglio
ed io dunque...
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Ho
ora dimenticato questo movimento agile del piede degli inizi
per nascondere questa assenza
Ed anche se non sono interamente diventato questo gentiluomo
pieno di bontà che aspiravo ad essere (è quello
sinceramente possibile?), che almeno delle mie erranze facciate
bene uso
:)...
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| Pascal
Viel, il 1/08/07 da Parigi |
(
blog di Pascal viel
)..... |
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